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17 Ottobre 2009

LA PARTECIPAZIONE E’ UN’UTOPIA? - IL LABORATORIO DI BOLOGNA

Nella città di Bologna, per 10 anni si è tentato di far passare un progetto urbanistico di riqualificazione di un’area urbana di più di 20.000 mq e più di 60.000 abitanti, inutilmente. Nel 2005 la giunta Cofferati pensa di coinvolgere i cittadini con un “Laboratorio di urbanistica partecipata” insieme alla proprietà, 15 associazioni, i progettisti, la parrocchia, il centro sociale autogestito, l’associazione dei Costruttori, i centri per gli anziani, la polisportiva, per decidere cosa fare del nuovo quartiere. All’inizio nessuno ci credeva.

Oggi quel progetto è una realtà, può sembrare qualcosa di straordinario ma è quello che invece dovrebbe essere la normalità, nell’interesse di tutti. Anche perché chi partecipa al progetto è probabile che dopo  se ne prenda cura.

Oggi il nuovo piano urbanistico del comune di Bologna prevede che per decidere l’attuazione di piani particolareggiati o di interventi urbanistici preventivamente è obbligatorio fare un laboratorio di urbanistica partecipata con i quartieri e i cittadini che intendono partecipare. Per ulteriori informazioni: http://www.scienzegeografichebologna.it/index.php?option=comcontent&task=view&id=468&Itemid=211

http://www.report.rai.it/R2popup_articolofoglia/0,7246,243%255E1086751,00.html

E a Vicenza?

La nostra città, sebbene sia circa tre volte più piccola di Bologna, non ha certo un terzo dei suoi problemi, anzi, abbiamo molte aree da riqualificare: (ex piruea), un traffico soffocante, il trasporto pubblico costoso ed inefficiente, una rete di piste ciclabili inesistente, l’aria che respiriamo è avvelenata, il centro storico addormentato, mancanza di case PEEP, il caso Wisco, il Dal Molin, gli insediamenti per i nomadi, tanto per ricordarne alcuni. Problemi che ci trasciniamo da anni, passano le amministrazione e invece di venire risolti, se ne presentano sempre di nuovi.

Queste considerazioni unitamente agli esempi più alti che ci arrivano, dimostrano una volta di più che la democrazia rappresentativa da sola non ce la fa, infatti tanto può essere in grado in fase di campagna elettorale di produrre analisi coerenti con i bisogni dei cittadini, tanto si dimostra poi incapace di risolvereli i problemi.

Il percorso intrapreso dal comune di Bologna si è dimostrato vincente perché la democrazia rappresentativa per risolvere un’importante annoso problema si è rivolta direttamente ai cittadini. Attraverso un metodo partecipativo ben collaudato che ha portato al confronto i vari portatori d’interessi, coordinati da competenti figure di facilitatori, i cittadini sono arrivati ad una scelta progettuale condivisa, aiutando in tal modo l’amministrazione comunale a prendere la decisione finale.

Anche da noi, c’è da aggiungere, sta mutando la coscienza civile. Da più parti sempre più insistentemente  ci sono richiami ad una maggiore partecipazione dei cittadini all’amministrazione della cosa pubblica: dalla webcam in consiglio comunale (realizzata da questa amministrazione), al referendum del 10 settembre 2006 (non ancora concluso dall’amministrazione), alle delibere di iniziativa popolare che i cittadini cominciano a proporre, alla richieste, da parte dei quartieri, di poter disporre di una certa quota del bilancio comunale con il metodo del bilancio partecipativo.

A fronte di queste richieste gli amministratori possono rispondere come si è sempre fatto in passato: ufficialmente ignorandole ma in realtà combattendole. Oppure si possono lasciare illuminare dalla lungimiranza, riconoscendo l’importanza di far partecipare, alla definizione dei problemi della città e alla scelta delle soluzioni migliori, i diretti interessati (i cittadini e le associazioni competenti).Solo così si rispetterebbe il principio della sussidiarietà, facendo un passo avanti verso una democrazia più coerente. In tal modo comprenderebbero che i tempi cambiano e con loro anche le necessità, nel qual caso potranno anche passare alla storia cittadina come i primi che vi si sono adeguati.

L’esempio di Bologna è un’illustre esempio che dimostra che la partecipazione non è un’utopia ma si può, e aggiungiamo noi, si deve realizzare.

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